Agenda 2030
Buongiorno a tutti. Vorrei iniziare dicendo che, quando parliamo di Agenda 2030, dobbiamo smettere di pensare a un faldone di documenti burocratici o a una semplice lista di buoni propositi politici. In realtà, quello che abbiamo davanti è l’unico vero piano d’azione concreto che il mondo intero abbia mai condiviso per garantirsi un futuro. Nel 2015, la maggior parte dei Paesi hanno accettato una sfida rivoluzionaria: ammettere che la ricchezza di una nazione non si misura solo con il PIL, ma con la qualità della vita delle persone, l’equità sociale e la salute del pianeta. È tutto collegato: non ci può essere benessere se il clima collassa, così come non può esserci vera pace finché milioni di persone vivono in povertà o non hanno parità di diritti.
Oggi però siamo a metà strada e, se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che le cose non stanno andando come speravamo. Il quadro globale è difficile, inutile girarci intorno. Pochissimi dei traguardi che ci eravamo fissati sono vicini alla meta. Questo ritardo non dipende da una mancanza di idee, ma dal fatto che negli ultimi anni il mondo è stato travolto da eventi durissimi. Penso alla pandemia, che ha paralizzato tutto, ma anche ai troppi conflitti che sono esplosi e che hanno riportato indietro l’orologio dei diritti e dello sviluppo. In molti casi, invece di avanzare, abbiamo visto crescere le disuguaglianze e aumentare il numero di persone che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma non è solo colpa delle emergenze. Ci sono ostacoli più profondi, più strutturali. Spesso mancano i fondi, specialmente per i paesi più poveri che restano schiacciati dai debiti, proprio quando dovrebbero investire in scuole, ospedali e ambiente. E poi c’è una certa resistenza culturale: cambiare il modo in cui produciamo energia o consumiamo risorse non è solo un fatto tecnico, è una rivoluzione che spaventa molti perché tocca interessi economici enormi e abitudini radicate.
Eppure, nonostante tutte queste difficoltà, l’Agenda 2030 resta la nostra unica bussola. Fallire non è un’opzione che possiamo permetterci. Però dobbiamo cambiare passo e farlo subito, partendo dai nostri territori, dalle nostre città. È qui che entra in gioco la forza del volontariato, del terzo settore e della cittadinanza attiva. Il successo di questo grande piano non si decide solo nei palazzi dell’ONU, ma nelle nostre scuole, nel modo in cui proteggiamo il nostro verde pubblico e in come aiutiamo chi nel nostro quartiere è rimasto indietro.
Voglio chiudere con una riflessione: la sostenibilità non può essere un lusso che ci permettiamo solo quando le cose vanno bene. Al contrario, è proprio nei momenti di crisi che diventa una necessità vitale. Le difficoltà che stiamo vedendo devono servirci da sveglia, non da scusa per arrenderci. Dobbiamo pretendere impegno dai governi e dalle imprese, ma dobbiamo anche chiederci cosa possiamo fare noi, concretamente. Solo se passeremo dalle parole ai fatti, misurando davvero quello che riusciamo a cambiare ogni giorno, potremo lasciare ai nostri figli un mondo dove “non lasciare nessuno indietro” non sia solo un bel titolo su una slide, ma una realtà vissuta.

